In questo quadro si inserisce la vicenda di Paolo Malatesta e della cognata Francesca da Polenta, finita in tragedia per mano del marito e fratello tradito, Giovanni detto il Gianciotto. Correva l'anno 1285.
Dalla città rivierasca, il dominio si estendeva alle vallate dei fiumi Marecchia, Conca e Rubicone, a Gradara, Pesare, Fano e ad altre porzioni delle Marche, e per brevi periodi anche fino a Brescia e Bergamo.
I nemici di sempre dei Malatesta furono i duchi di Montefeltro, troppo vicini e troppo potenti per convivere in pace. Appunto a Federico da Montefeltro si deve nel 1462 la presa della rocca di Verucchio, una delle "culle" dei nobili di Rimini che segnò l'inizio della fine.
Oggi le tracce dei Malatesta si trovano ovunque nel territorio di Rimini. E si possono ancora agevolmente collegare i fili storici che dalla capitale salivano di castello in castello lungo le vie dell'Appennino. Ma il punto di partenza per un itinerario alla loro scoperta parte sempre da Rimini. E sempre dal Tempio Malatestiano, espressione del senso della vita di un grande signore rinascimentale qual’ era Sigismondo Pandolfo Malatesta.
L'idea era di rimodellare la preesistente chiesa di San Francesco e farne un tempio "moderno" ricco d' opere d'arte e simbologie esoteriche da dedicare a dio e alla città. Per realizzare questa "summa" di saperi il duca si affidò a Leon Battista Alberti, il quale progettò il rivestimento in pietra d'Istria in forme classicheggianti che doveva essere completato da una nuova grande cupola, rimasta allo stadio di progetto.
Per avere un'idea di come avrebbe dovuto essere la chiesa nelle intenzioni di Sigismondo e della sua terza moglie, Isotta degli Atti, occorre andare al Museo di Città, ad ammirare una medaglia di Matteo de' Pasti, fusa nel 1450.
Quanto al Tempio, sono bellissimi i bassorilievi di Agostino di Duccio, e l'affresco seminascosto nella sagrestia tra le prime cappelle firmato da Piero della Francesca, che raffigura il profilo di Sigismondo Pandolfo Malatesta.
Al duca si deve anche l'altro caposaldo della presenza malatestiana in città, lo splendido castel Sismondo. Pur ridotto dai rifacimenti e dalle trasformazioni successivi, sa mantenere il fascino originario di residenza fortezza, grazie alle poderose muraglie a scarpa, alle massicce torri quadrate e agli ampi fossati Il castello si trova a poca distanza dai preesistenti palazzi comunali affacciati su piazza Cavour, il salotto cittadino: il palazzo del Podestà e il palazzo dell'Arengo, con polifore, archi gotici e la bella fontana della Pigna di fronte. Uno spaccato della prima signoria dei Malatesta lo fornisce invece la chiesa degli Agostiniani, nella cui abside sono stati recuperati pregevoli affreschi trecenteschi attribuiti alla scuola riminese.
Ma per conoscere le tante vicende della casata, occorre da Rimini prendere le strade dei colli talvolta solitarie e bucoliche, e raggiungere le tante rocche difensive. Par-tiamo dai castelli più meridionali e meno noti della vai Conca, per poi giungere nella "culla dei Malatesta", la vai Marecchia e far quindi ritorno a Rimini.
Prima tappa, Montegridolfo, estremo lembo meridionale di Romagna, uno spettacolare borgo-castello riportato al Medioevo, situato proprio nel punto in cui i colli morbidi incontrano le prime asperità dell'Appennino, con valloni più ripidi, creste ardite e boscaglie fitte. Ancora fuori dalle mura sono da vedere la chiesa di San Rocco, nata come cappella ospitaliera del vicino lazzaretto, con un affresco del 1427. che raffigura una bella Madonna in trono con santì E poi dentro le mura, c'è da passeggiare tra le viuzze ben lastricate, con le robuste case in pietra che ora ospitano ristoranti, locali, raffinati negozi. Per tutta Pestate Finterò borgo-castello si anima con una grande rassegna di musica e lirica.
Vicino si trova Mondaino, in cima a una collina della media vai Conca. Qui un tempo pascolavano i daini e vi sorgeva un tempio dedicato a Diana cacciatrice. La radice venatoria si esprime ogni anno ad agosto nel Palio del Daino in costumi medievali, e nell'esibizione dei balestrieri delle quattro contrade (Borgo, Castello, Contado e Montebello). Mondaino è uno dei capisaldi malatestiani sulla linea calda di confine con i duchi di Urbino. Splendide porte fortificate come porta Marina, rimodernata da Sigismondo Pandolfo, introducono all'interno del paese, caratterizzato da un'originale piazza circolare e dominato dalla rocca, che ospita una raccolta di pregiate maioliche e il Museo paleontologico.
L'itinerario prosegue a Saludecio, altro castello posto un poco più in basso, a chiudere un formidabile triangolo difensivo. Che fosse una delle più importanti comunità della signoria lo testimoniano le vie, i palazzi, le chiese e i conventi, e soprattutto lo testimoniava il maniero, oggi però perduto.
In luglio, nel centro storico si svolge "Ottocento Festival", con musica, spettacoli, mercatini e osterie di strada. Dall'altro lato del vallone si scorge, inconfondibile, Montefiore, capitale medievale della vai Conca. "Da qui si vede il mondo", commenta Carlo Banci, custode volontario della rocca, e non ha torto: nelle giornate terse si ammirano non solo Rimini e Cesenatico, ma anche il porto di Ancona e persino Ravenna.
Alla destra della porta d'entrata, una civetta scolpita nella pietra e voluta dai Malatesta, forse contro il malocchio. Poco sotto, una torre spezzata da un fulmine, dove la voce popolare vuole sia nascosto il tesoro dei Malatesta. Se da lontano sembra un enorme parallelepipedo di pietra che si distacca regolare dal paese, più da vicino si nota il poligono del-la fondazione originaria, voluta da Malatesta Guastafamiglia nel 1337. Suggestivi lo stemma all'ingresso e gli affreschi con scene di battaglia all'interno, commissionati da Galeotto Malatesta Ungaro. Qui si svolge nei pleniluni d'estate "Rocca di luna" e il "Presepio viven-te" nei giorni di fine d'anno. Passando per il fondovalle del Conca si risale a Montescudo, altro avamposto dominato dal monte Carpegna.
Ci avviciniamo ai confini con la Repubblica di San Marino, che occorre superare per raggiungere la valle del Parecchia il vero fulcro della signoria malatestiana. Verucchio si annuncia da lontano come un nido d'aquila, diviso in antico nelle due rocche del Passerelle e del Sasso. Capitale storica dei Malatesta e terra natia del capostipite "Mastin Vecchio" per la sua posizione consentiva di dominare l'intera vallata fino a Rimini, distante solo quindici chilometri.
Nonostante tutte le trasformazioni, il castello del Sasso è ancora li con tutta la sua potenza, affacciato a precipizio sul la valle da cui entrarono le truppe di Federico da Montefeltro si dice, con l'inganno. Alcuni grandi plastici all' interno del castello consentono di rivedere l'assedio più importante della storia malatestiana, che provoco la perdita di questo fondamentale presidio a favore degli urbinati e l'inizio del declino. Ai piedi della rocca si trova una delle quattro necropoli villanoviane provengono reperti protostorici di legno, vimine e stoffa ora in esposizione nell’ ex convento degli Agostiniani.
Arrivati al castello di Toriana dove rimangono i resti della rocca con i torrioni cilindrici si scende poi alla sinistra del Marecchia fino a Santarcangelo di Romagna, un'altra delle capitali malatestiane. L'aspetto attuale della fortezza le fu dato dal solito Sigismondo Pandolfo che nel corso del Quattrocento ridusse l'altezza del mastio e realizzò tre grandi torrioni poligonali agli angoli dell' edificio.
Piccola grande città d’arte, Santarcangelo va goduta passeggiando nel reticolo di vie e piazze, come piazza delle Monache e piazzetta Calassi, che ne compongono il centro. È l'amata "Haimat" di Tonino Guerra poeta e sceneggiatore di grande fama che sui muri di Santarcangelo scrive a proposito del tema del disincanto: "Cara tu dici che ami i fiori e li strappi ai campi, tu dici che ami i pesci e li mangi cara quando tu dici che mi vuoi bene io ho paura".